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Ci sono crimini peggiori del bruciare libri.
Uno di questi è non leggerli.
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La Repubblica
IL PESCATORE DI TONNI
Forestiero a Favignana sul vascello del rais
GIACOMO PILATI
Ci sono parole che rimangono per sempre prigioniere dei ricordi ed altre invece che servono a liberarli, a dare sostanza alla memoria attraverso l' elaborazione di un tempo, che può essere una stagione più o meno lunga, ma talvolta anche solo un attimo.
Un frammento di esistenza che si divide dagli altri e rimane lì a sedimentare nel quotidiano. Fino al giorno in cui le parole appunto sopraggiungono a chiederne conto. E l' istante, ignorato, dimenticato o forse più semplicemente accantonato, diventa storia.
Per Raffaele Mangano, l' attimo magico scatta a Favignana. L' innamoramento per la Sicilia dei suoi genitori. Ma anche il filo di una emozione mai sopita, soffocata dalle nebbie di Milano dove è nato, e ritrovata cinque anni fa nel suo ritorno ad Itaca. Che non importa che si chiami Zafferana Etnea, dove ha deciso di vivere dopo 50 anni di Lombardia, o Favignana dove ha ambientato il suo romanzo Il pescatore di tonni (Amatea). Importa il ritorno senza l' andata. Che appartiene invece ai suoi genitori, emigranti di prima generazione in fuga da Acireale verso il benessere industriale del Nord. Conta più di ogni altra cosa, infine, la decisione di restarci per sempre in Sicilia, a regolare i conti col destino di suo padre, per quel suo miraggio incompiuto e irrisolto di venirci a vivere di nuovo, prima o poi.
Un viaggio insomma, con la barra puntata a sud, senza una vera meta però. Il racconto di una scoperta con le voci e gli odori a tracciare il percorso.
Raffaele Mangano affida questa rivelazione al caso, come a volerne declinare inconsciamente responsabilità e conseguenze:
«Un giorno a tavola alcuni amici hanno cominciatoa parlare di Favignana e io ho tirato fuori il mio incontro con l' isola di trentacinque anni prima, il privilegio di aver partecipato alla mattanza, unico forestiero sul vascello».
Un episodio dimenticato, affiorato accidentalmente. Un amo buttato in fondo alla vita senza averne l' intenzione. Eppure quel momento era lì, intonso, e aspettava che fosse il fato ad occuparsene. Le fotografie, i nomi e cognomi che d' incanto galleggiano senza sforzo, i fatti di quel lontano 1975 che chiedono di essere narrati, ora che lui ha lasciato il mestiere di giornalista di economia e finanza ed è diventato da alcuni anni uno scrittore.
Uno studente del politecnico di Milano ritrova in una vacanza a Favignana le atmosfere care ai suoi genitori, la lentezza e i sapori contrapposti alle nevrosi milanesi.
«Il bar importante non poteva che trovarsi all' incrocio tra il corso principale e la piazza antistante la cattedrale. Favorito dalla posizione strategica che assicurava una buona ventilazione d' aria persino nelle ore più torride, agli avventori bastava ordinare un caffè per poter chiacchierare, oziare e godersi il passeggio della gente stando comodamente seduti a uno dei tavolini all' aperto».
Pochi gli alberghi, un paio i ristoranti, il turismo di massa l' avrebbe conquistata alcuni anni dopo. Il tempo giusto per godersi quegli ultimi scampoli di paradiso incontaminato, con la tonnara che fu dei Florio ancora in funzione, le case dei pescatori trasformate in affittacamere, con gli abitanti che la sera si contendonoa cena quell' unico turista settentrionale.
È la mattanza però la vera folgorazione. Ci va una mattina da intruso, forse è la prima volta che un estraneo vi assiste senza un motivo preciso, non è un giornalista, nonè uno studioso,è solo un giovane come tanti. Ha fatto amicizia con alcuni tonnaroti dell' isola e li ha convinti a portarlo a mare. «Un esemplare enorme uscì dall' acqua sino a metà corpo, ricadde con un tonfo e si dibatté a lungo in superficie prima di immergersi di nuovo. Non mi aspettavo che, aste e bastoni in mano, i tonnaroti si mettessero ancora a cantare».
Ci tornerà altre quattro volte a Favignana ad assistere alla pesca dei tonni, e un anno gli toccherà pure dare una mano alla ciurma. Nel racconto emergono personaggi veri e rare concessioni fantastiche: l' ultimo rais Gioacchino Cataldo, il riccioluto sotto rais Clemente Ventrone, lo scultore Sarino Santamaria, il ristorante di Maria Guccione, il bar degli Amici della costa.
Sempre in primo piano, ma è solo un pretesto narrativo, la saga della famiglia Mannino, la casa che lo ospita nei suoi soggiorni favignanesi. Un vero clan di altri tempi su cui governa silenzioso il saggio Zu Beppe. Poi il ritorno.
Nel libro come nella realtà, trent' anni dopo l' ultima mattanza. Nino Pizzuto, questo il nome del protagonista, troverà l' isola cambiata. La famiglia Mannino dissolta, i suv per le strade, i designer milanesi ai tavolini dei bar, la tonnara chiusa e la mattanza cancellata. Si ricorderà però di essere stato un pescatore di tonni. E di esserlo ancora. Un fotogramma della memoria dell' isola. Lui assieme a Gioacchino e a Clemente e a tanti altri che hanno deciso di non dimenticare. Come parte di una storia che va raccontata per non farla morire. Anche seduto sul masso di fronte alla tonnara. Aspettando che un turista si avvicini.
«Un piscispada s' ammazza da sulu. Un' avi vogghia di farisi piscari». Zu Beppe leccò il bordo della cartina in cui le sue mani ruvide avevano sistemato una presa di tabacco, sovrappose i due lembi e iniziò a girare la sigaretta tra le dita. Erano le prime parole che mi rivolgeva dal mio ingresso nella casa, quando avevo trattato con la moglie Angela il prezzo della camera per la settimana di vacanza a Favignana. Lui non aveva aperto bocca, né fatto cenni col capo, e nemmeno aveva mosso gli occhi. Eppure, prima di accettare la mia offerta, la moglie gli aveva lanciato un' occhiata. Un gesto appena percettibile, come se lo volesse nascondere, ma avrei potuto scommettere che si fossero scambiati un messaggio. Poi Zu Beppe mi aveva stretto la mano, ma era stata sempre Angela a fare le presentazioni. «Mio marito, lui fa il pescatore e io tiro avanti la famiglia. Qui ci sarà un po' di confusione, ma la camera dà sul cortile,è più frescae silenziosa». Lui sempre zitto. Ora, invece, seduto su una sedia impagliata, parlava senza che io gli avessi chiesto nulla, per buttare là quella frase sul pescespada che si suicida piuttosto di lasciarsi pescare... Dopo il nostro primo, muto incontro, ero salito in camera per sistemare le mie cose, poi ero tornato in cucina a prepararmi un caffè. Avevo chiacchierato un po' con la padrona di casa e le avevo chiesto se in quella settimana ci sarebbe stata la pesca del tonno»
Incipit de IL PESCATORE DI TONNI, di Raffaele Mangano (edizioni Amatea, 16 euro)
La Repubblica
IL PESCATORE DI TONNI
Sulle barche dei pescatori per raccontare la mattanza
SILVANA MAZZOCCHI
Può capitare che, in un romanzo, l'esperienza diretta di chi scrive possa rendere la finzione più completa e più toccante della cronaca reale e Il Pescatore di tonni ne è la prova. Raffaele Mangano, giornalista e conduttore radiofonico e televisivo, è arrivato in punta di piedi a partecipare alle mattanze che, nei secoli, hanno reso Favignana un'isola abitata e florida. E, tra fantasia e realtà riesce, grazie all'esperienza acquisita sul campo, a raccontarla in modo diverso ed esaustivo, con quella sensibilità in più che fa la differenza. Rito antico, sanguinoso e necessario, la mattanza. Ma guai, avverte l'autore ricordando il monito che i tonnaroti gli lanciarono fin dalla prima ora, a definirlo "uno spettacolo". La mattanza è un'altra cosa, un rito antico ormai in declino, ma che si ripete da un millennio, che ha le sue regole, il suo dolore e le sue parole. Gridate, sussurrate, sofferte.
È Nino Pizzuto, il protagonista del Pescatore di tonni, a raccontare e raccontarsi. Arrivato per caso a Favignana, guarda, ascolta, s'incuriosisce e si fa conquistare da Zù Peppe e dagli altri pescatori. Quando l'anno successivo torna sull'isola, gli viene permesso di salire a bordo e, finalmente, di assistere dal vivo alla mattanza. In seguito, più volte Nino ripete la sua esperienza, fino a entrare, unico estraneo, in un equipaggio di tonnaroti, occasione unica per tessere amicizie , assorbire leggende e rituali e che regalano a Nino la possibilità, oltre che di osservare, di comprendere a fondo tradizione, necessità e motivazioni che portano i tonni a morire tra le barche che formano "il quadrato della morte". E di assorbire culture ed esigenze diverse rispettandone le origini, piuttosto che inseguire la più facile e rassicurante omologazione dei nostri tempi.
Negli anni la consuetudine sull'isola s'interrompe, ma quando da Favignana giungono notizie gravi che riguardano Zù Peppe, Nino, con un finale a sorpresa, si farà carico di farsi portatore della memoria dei tonnaroti del mar delle Egadi.
Storia vera? Mangano, sei tu il turista Nino Pizzuto?
"In parte. Il turista per caso che approda a Favignana senza sapere nulla di mattanze e tonnare, sono senz'altro io. Ho avuto il privilegio, perché tale lo considero, di salire a bordo con i "tonnaroti" e di aver vissuto tutte la fasi della pesca in mezzo a loro. Probabilmente l'unico "forestiero" , o tra i pochissimi ai quali sia capitata una simile avventura. Poi mi sono dovuto allontanare in fretta dal protagonista per evitare di cucirgli addosso frammenti della mia vita che reputo di scarso interesse per chi legge. E dunque nella parte finale la storia del protagonista è a tutti gli effetti romanzata. Anche se la scelta ultima di Nino ( che non svelo) assomiglia molto alla decisione che presi io qualche anno fa. Ho giocato tra realtà e fantasia anche nel mettere in scena i personaggi che ruotano attorno alla tonnara. Alcuni recitano con il loro nome e cognome; ad altri ho cambiato le generalità per motivi di riservatezza, altri ancora hanno risentito della coloritura romanzesca. Diciamo che l'impianto del libro ha fondamenta e pilastri estratti dalla realtà, e addobbi e ornamenti disegnati con l'aiuto della fantasia e dell'arte del narrare".
La mattanza in poche righe...
"Il protagonista, ancora nelle vesti di turista sprovveduto, a un certo punto la definisce "uno spettacolo cruento, affascinante e crudele". Suscitando le ire di un capo ciurma. Perché è tutto fuorché uno spettacolo. La tecnica data da un migliaio d'anni e fu inventata dai saraceni che battevano in lungo e in largo il Mediterraneo. Si aspetta la migrazione dei tonni lungo correnti calde e calme, si dispongono le reti in modo da creare un labirinto che porta il branco nella camera della morte. E definizione migliore non poteva essere data a questa gabbia a forma di cubo, realizzata con le reti, e dalla quale i tonni non possono più uscire se non arpionati e issati a bordo dai pescatori. Tutte la fasi sono scandite da un rituale antico ed esoterico. Ogni attività, ogni azione, ogni gesto sono ripetuti identici da secoli. I "tonnaroti" sono consapevoli del lato cruento della mattanza, ma guai a tacciarli di essere sanguinari, a pensarli insensibili e violenti. Basta vederli da vicino, ascoltare il loro punto di vista, osservarli mentre tornano verso riva silenziosi e con lo sguardo che punta lontano".
La tradizione, la sopravvivenza, i tonnaroti visti da vicino.
"I canti che precedono la mattanza sono farciti di parole arabe e indirizzate all'invocazione dei santi per avere protezione dai pericoli e per propiziare una buona pesca. Perché di questa hanno vissuto gli abitanti dell'isola da un millennio. Favignana senza i tonni sarebbe stata un'isola deserta. E attorno alla tonnara sono spuntate leggende, sono stati tramandati riti e dicerie, è fiorito lo spirito che contraddistingue gli uomini di mare. L'ultimo raìs, Gioacchino Cataldo, è inserito nell'elenco delle persone "patrimonio immateriale dell'umanità", quelle capaci di trattenere e tramandare usi, costumi e cultura di un popolo. Lui stesso, quando gli ho portato il libro, a un certo punto mi ha detto" portami rispetto perché sono protetto dall'Unesco!". Ho assistito all'incontro con un giovane turista straniero che lo aveva riconosciuto e aveva letto di lui. Invece il Museo della Tonnara, dopo sei milioni di Euro spesi per il restauro, è stato subito chiuso. Misteri italiani che fanno male al cuore. Di "tonnaroti" ne sono rimasti pochi, ma determinati a non lasciare spegnere il ricordo. Per questo con me sono stati prodighi di informazioni e racconti. Il libro in fondo è un "testimone" al quale è stato affidato un compito: tramandare la memoria".
La Repubblica
SE ALL'INFERNO CANTANO GLI UCCELLI
Era difficile aggiungere una voce nuova allo strazio raccontato dai tanti libri sulle atrocità compiute dai nazisti nei lager. Eppure, in questa materia così dolorosa, Se all' inferno cantano gli uccelli, si distingue come una piccola tessera di vita e d' amore in un efferato mosaico di morte. È la testimonianza affidata al ghost writer Ken Scott da Horace "Jim" Greasley, un barbiere della provincia inglese catturato a vent' anni dai nazisti nel ' 40 e tenuto prigioniero in un campo di concentramento polacco fino alla liberazione del ' 45. Una storia di sofferenza e tormento, ma anche di umanità, di amicizia e d' amore. Per Rosa, una ragazza tedesca della Slesia sottomessa dalla dittatura di Hitler. Una passione irresistibile e travolgente, nutrita attraverso incontri pericolosi e clandestini. Nel libro la dignità di un gruppo di prigionieri riesce ad avere la meglio sulla cieca brutalità dei loro aguzzini. Nonostante la violenza, la fame, il freddo e l' orrore. Jim ha raccontato i fatti a Ken Scott settant' anni dopo, poco prima di morire. Un libro forte, vitale, commovente. SE ALL'INFERNO CANTANO GLI UCCELLI di Horace "Jim" Greasley e Ken Scott Fausto Lupetti editore, pagg. 345, euro 18 - SILVANA MAZZOCCHI
La Stampa
LA DONNA DI SHANGHAI
Il lager diventato romanzo per sfuggire alla censura esce anche in Italia
ILARIA MARIA SALA
Più di trent'anni dopo la morte di Mao, liberarsene, per la Cina, resta impossibile: imbalsamato in un mausoleo in piazza Tiananmen, a Pechino, appeso nell'enorme ritratto alla porta della Città Proibita, poco lontano, ancora intento a indicare la via da seguire con il braccio teso in innumerevoli statue in varie piazze nazionali, e presente su quasi tutte le banconote in circolazione, il «Grande Timoniere» resta una presenza imprescindibile. L'ingombro non è solo fisico: il Partito che Mao ha contribuito a fondare, guidandolo fino alla morte, resta al potere, e i suoi leader odierni non possono ancora scaricare la pesante eredità. Morto Mao, la Cina era allo stremo, milioni di persone avevano subito persecuzioni atroci, e nel «riabilitarle» bisognava anche vedersela con gli errori commessi dall'ex-Presidente. Così, fu stabilito che il 70 per cento dell'operato di Mao era giusto, e il 30 per cento, sbagliato, cercando di archiviare la questione.
La Campagna contro gli Elementi di destra (1957), il Grande Salto in Avanti (1958) che portò alla morte per fame decine di milioni di persone, e la Grande Rivoluzione Culturale (1966), di nuovo con i suoi milioni di vittime, sono state tutte comprese nel misero 30 percento — così come le purghe omicide iniziate fin dai primi anni della storia del Partito. Il campo della morte di Jiabiangou, di cui la maggior parte di noi, in Cina come all'estero, rimane all'oscuro, è solo una delle pagine più crudeli del regno del «Grande Timoniere», salvata dall'oscurità dell'oblio dallo scrittore Yang Xianhui, con il suo impressionante La donna di Shanghai, ora proposto anche in edizione italiana per la collana Amatea dalla Logo Fausto Lupetti.
Oggi, infatti, nelle librerie cinesi, di fianco ai volumi per capire la finanza o diventare astuti collezionisti di antichità, si trovano molte opere appartenenti al filone della «nostalgia rossa», che idealizzano gli Anni 50 e 60, quando si era, per così dire, più poveri e più puri (o forse semplicemente più giovani) e che consigliano itinerari per viaggi nei luoghi rivoluzionari del Paese. In mezzo a tutto ciò esiste anche un esiguo numero di opere che vogliono invece salvare dall'oblio parte del passato. L'operazione è tutt'ora rischiosa: se negli Anni Ottanta era frequente un giornalismo d'inchiesta chiamato «baogao wenxue», spesso un po' romanzato, oggi, malgrado l'apparente apertura, solo pochi riescono a sfidare il timore e la censura e pubblicare saggi che riescano a sollevare la spessa cortina di silenzio che regna sul passato.
Yang Xianhui, scrittore di Tianjin cresciuto nella regione semi-desertica del Gansu, decise qualche anno fa di cercare di affrontare alcuni dei temi tabù, e lo fece proprio con lo stratagemma della «baogao wenxue», romanzando fortemente le terribili vicende che avvennero nel suo Gansu dal 1957 al 1969, quando più di tremila «elementi di destra» vennero spediti a riformarsi al campo di lavoro di Jiabiangou. Le condizioni qui erano talmente orrende che solo un decimo di loro ne uscì vivo: la durezza dei lavori forzati, la spietatezza delle guardie, e la violenza della carestia che colpì la Cina con il Grande Balzo in avanti fecero morire tutti gli altri, tramutando Jiabiangou in un campo di sterminio. In alcuni casi, la disperazione della fame fu tale da far registrare casi di cannibalismo.
La Campagna contro gli elementi di destra era stata lanciata dallo stesso Mao dopo la breve campagna «dei Cento Fiori», nel corso della quale tutti erano stati incoraggiati a criticare il Partito, per essere poi puniti se commettevano l'errore di farlo. I funzionari presto ebbero quote di «elementi di destra» da rieducare, dato il via alla pratica di sbarazzarsi di rivali, nemici personali, coniugi di donne o uomini desiderati, incolpandoli di azioni o pensieri revisionisti e «controrivoluzionari», con cui vennero riempiti i campi di rieducazione.
Yang Xianhui dopo aver sentito parlare di Jiabiangou e degli orrori che vi erano avvenuti, decise di andare a cercare i sopravvissuti per farsi raccontare le loro esperienze, ascoltandone per tre anni le dolorose testimonianze. Poi, per difenderne le identità e in parte per non subire intoppi nella pubblicazione, Yang ha raccolto il materiale in una serie di racconti, mescolando episodi, cambiando nomi e rendendo irriconoscibili i protagonisti. Il risultato è una narrazione con moltissimi elementi di verità di sicuro valore letterario e documentario ma che evita però di essere un'opera del dissenso politico. Non che ciò risparmi molto il lettore: gli effetti fisici e psicologici della straziante carestia imposta dalle politiche scellerate del tempo sono lì, sulla pagina, e non danno tregua.
L'impatto del lavoro di Yang, così romanzato, è stato importante in Cina, dove il regista Wang Bing lo ha fatto diventare un film dal titolo Il fossato, presentato al Festival di Venezia 2010, ottenendo i plausi della critica. La donna di Shanghai dunque non ha dovuto subire un percorso di censura, anche perché l'autore evita di criticare in modo diretto le autorità centrali, o il Partito. Modo avvisato per aggirare le severe forbici dei censori, ma si tratta anche di atteggiamento comune a diversi intellettuali cinesi, che malgrado tutto quello che hanno subito sotto le campagne politiche indette dal Partito e dal suo fondatore, ancora non vogliono estraniarsene criticandone l'impalcatura.
La Stampa
IL PESCATORE DI TONNI
MASSIMO ROMANO
«U pisci spata s'ammazza da sulu. Un'avi vògghia di fàrisi piscàri». Con questa frase sul pesce spada che si suicida pur di non farsi catturare, Raffaele Mangano apre e chiude un gradevole romanzo, Il pescatore di tonni (Amatea, pp.240, e 16,00). Zu Beppe, pescatore di Favignana, ospita per una settimana di vacanza estiva Nino Pizzuto, giovane turista al quale ha affittato una camera della sua casa. Anche lui siciliano di origine, è emigrato bambino al nord dove il padre aveva un banco ai mercati di Torino e si è poi laureato in economia alla Bocconi di Milano. L'anno dopo Nino ritorna per la pesca dei tonni, e Zu Beppe gli permette di assistere alla mattanza nella camera della morte. Sono le pagine più intense ed efficaci del romanzo: i tonnaroti formano un quadrato di barche, intonano un canto che ha «il ritmo cadenzato di una nenia lamentosa», sollevano progressivamente la rete e arpionano tonni da due o tre quintali che si dibattono in un mare di sangue. Nino conquista l'amicizia dei pescatori, ascolta le loro storie, rimane attratto dalle grazie di una commessa di farmacia che lo illude con un bacio appassionato e poi lo respinge, va a trovare Zu Sarino, lo scultore innamorato delle sirene, che narra antiche storie di pirati e saraceni. Nino il torinese, come viene chiamato dagli abitanti di Favignana, s'innamora dell'isola, della gente, dell'atmosfera, e ogni anno ritorna come per un appuntamento irrinunciabile. Ammira le mani di fata di Angela, la moglie di Zu Beppe, che prepara piatti sublimi, come le crocchette di finocchietto selvatico e il cuscus di pesce. Dopo aver fatto carriera in una società finanziaria ed essersi sposato con Valentina, morta durante il parto di due gemelle, torna a Favignana dopo trent'anni, trova la tonnara «in condizioni di abbandono, archeologia industriale in avanzato stato di decomposizione», ridotta ormai ad attrazione per turisti. Compra una casa con vista sulla tonnara perché «è la memoria che dà un senso all'esistenza».
La Stampa
IL VIOLINO DI HITLER
Tra Controriforma e Hitler il violino che uccide.
Le rivelazioni scomode di un thriller ambientato nel Seicento.
SANDRO CAPPELLETTO
Tutto vero, quello che scrive? «Talmente vero che l'editore francese mi ha chiesto di iniziare con un antefatto romanzato, per ammorbidire l'impatto». Vero anche che hanno tentato di ucciderla, mentre stava consultando gli archivi musicali della Fondazione Levi, qui a Venezia? «Le cose sono andate in modo leggermente diverso, ma il messaggio era chiaro: quei documenti devono continuare a restare segreti. Non dovevo vederli». Ma chi, lei o il protagonista del romanzo: «Ah, quante domande...».
La storia è questa: Igal Shamir, violinista, compositore e scrittore, nato a Tel Aviv nel 1938, residente a Parigi, svela nel romanzo Il violino di Hitler l'enigma della morte di Salomone Rossi. Musicista ebreo, nato a Mantova, contemporaneo di Claudio Monteverdi, morto nel 1630. Si dice che a ucciderlo sia stata la peste, ma non c'è alcuna certezza sulle cause reali della sua scomparsa. Aveva una sorella, Europa (qualcuno sostiene: era invece la moglie), celebre cantante. Lui e Monteverdi avevano avuto lo stesso insegnante di musica: Marco Antonio Ingegneri.
Quando l'Austria scaccia i Gonzaga e emana leggi molto severe contro gli ebrei, Rossi lascia la città, e si perdono le tracce sue e dell'orchestra che aveva formato. «Era un musicista di primissimo piano, e nel furore antisemita di inizio '600, in piena Controriforma, non si poteva tollerare che un compositore e violinista ebreo potesse eccellere. Sappiamo che il grande Monteverdi, il creatore con Orfeo dell'opera in musica, lo stimava al punto da chiedergli di seguirlo a Venezia, dove era diventato maestro di cappella della basilica di San Marco, e di lavorare per lui: però come un "negro", senza firmare con il suo nome».
Fare il «negro» per qualcun altro è un costume diffuso nella storia delle arti, oggi come allora. Ma Shamir alza la posta: «È proprio questa verità che non si deve conoscere. Per secoli il Vaticano ha impedito che si consultassero i documenti, che l'enigma venisse svelato. E quando dico il Vaticano, intendo i più alti prelati, fino all'attuale Pontefice, che conosce benissimo la musica e questa vicenda».
Il romanzo esce in questi giorni per Fausto Lupetti Editore (pp. 340, euro16) e sabato lo stesso Shamir lo presenterà - con musica e parole - a Venezia: naturalmente alla Fondazione Levi, attivissima istituzione musicale della città.
Quando l'autore si è recato ad Abu Dhabi, per l'inaugurazione della sede locale della Sorbona, lo sceicco Khalifa Zayed al-Nayan, rimasto stupito della personalità sulfurea di Shamir, ha esclamato: «Lei è un violinista venuto dall'altrove!». Che la sua biografia non sia delle più banali appare evidente dalla familiarità con cui il personaggio protagonista del romanzo - Gal Knobel - svela i propri contatti con il Mossad, il servizio segreto israeliano, e dalla sua confidenza con alcuni cardinali della Curia romana. Alla quale non farà piacere l'accostamento dell'autore tra Vaticano e ambienti nazisti: «Non svelo un mistero se dico che alla fine della seconda guerra mondiale numerosi gerarchi hitleriani, colpevoli dello sterminio di molti ebrei, sono stati aiutati nella loro fuga in Sud America proprio da ambienti cattolici».
Il libro inizia con un antefatto: nel 1940, in un castello della Nièvre, Hitler, il cui esercito ha appena occupato la Francia, ascolta suonare il violinista tedesco Gustav Schultz. Una piacevole serata di musica si trasforma improvvisamente una tragedia e Schultz viene fucilato. «Semplice», spiega Shamir, «aveva suonato musiche di Salomone Rossi e informato Hitler della rilevanza di questo compositore ebreo: il Führer non poteva tollerarlo».
Tra attentati, omicidi, voli Parigi-Roma-Venezia-Tel Aviv e ritorno, non è lecito svelare il finale di un thriller non breve, che appassiona. Ma a Shamir interessa soprattutto una cosa: «Non si poteva permettere che la fama di Monteverdi venisse oscurata da un musicista ebreo come Salomone Rossi. Questa è la verità storica che ho ricostruito: un fatto accaduto quattro secoli fa, nell'Italia cattolica e antisemita». C'è un'altra verità, piuttosto, un augurio: che tanto clamore serva a proporre al pubblico di oggi con maggiore frequenza i Madrigali, le Canzonette, le Sonate, i Salmi e cantici ebraici di Rossi, compositore di primissimo rango.
La Stampa
LA SINFONIA DELL'ASSASSINO
Uccido dunque suono
Un giovane pianista "costretto" a diventare serial killer: arriva in Italia " La Sinfonia dell' assassino" lo psicothriller di Jean-Baptiste Destremau, libro dell'anno in Francia nel 2009
Esattezza di tempo, incalzare del ritmo, leggerezza di tocco. Maestria nell'esecuzione, nella dissimulazione di tracce emozioni e fatica, nell'espressione di moti dell'animo che, scevri di patemi e patetismi, arrivano a colpire il cuore. Il delitto perfetto si svolge e consuma come una composizione musicale. Studiato e compiuto come un brano da concerto. Calcolato con una precisa equazione tra freddezza e trasporto. Affidato all'incomputabile mix di genio e follia, solitudine narcisistica e protagonistica mania, perfezionismo e passione. E, ammette il solista omicida di La sinfonia dell'assassino, al sopraggiungere mai preventivato di «intuizione, ispirazione, premonizione», che danno a un'interpretazione (o un'uccisione) impeccabile la radice e la materia, la profondità e l'ardore di un capolavoro. Jean-Baptiste Destremau, l'autore di questo singolare psicothriller scritto come una partitura, eletto in Francia a libro dell'anno 2009 e ora tradotto in italiano da Marina Karam per Fausto Lupetti Editore, sapeva fin dall'inizio quali armonici doveva far vibrare per ottenere la straordinaria risonanza che ha avuto. Lo ha imparato più dalla lunga esperienza pianistica, coltivata dall'infanzia con la dedizione dell'amateur, che dall'esercizio della scrittura letteraria. Se infatti questo fascinoso quarantenne, parigino, ingegnere di formazione e operatore finanziario in Europa e Asia di professione, ammette di scrivere racconti brevi dall'età di diciotto anni, debutta solo oggi nel romanzo con La sonate de l'assassin di cui, prima ancora che trama e svolgimento, ha concepito il titolo. È stata quella prima idea a fargli decidere la forma, la rigorosa struttura musicale della narrazione: esposizione del tema, sviluppo, ripresa, coda. A suggerirgli la polifonia dei narratori che al racconto danno voce alternandosi nella presa di parola: il pianista assassino e il suo agente, la vittima designata e il suo bambino. E a richiamare la melodia di sottofondo che come un basso continuo accompagna l'intera vicenda e costituisce la colonna sonora del romanzo nonché il motivo interiore del suo terribile eroe. «C'è questa musica in me», dice Laszlo Dumas rivolgendosi in prima persona al lettore che, strategia della suspense inequivocabilmente hitchcockiana, conosce fin dal principio le sue intenzioni e la sua colpa. «È una sonata ininterrotta, ed è come se, suonandola, raccontasse tutta la mia vita». Non resta che ascoltarla. Noncuranti dei sofisticati artifici formali che l'autore dei delitti, l'esecutore della sonata, maschera con la sapienza del virtuoso preoccupato unicamente di «colpire» il suo pubblico. Laszlo Dumas, dunque, è un pianista parigino arrivato ventottenne (cioè «tardi, incredibilmente tardi») all'attività concertistica. Si esibisce nei teatri di provincia e riesce a farsi notare per la tecnica perfetta, la scrupolosa disciplina, la cura esigentissima del dettaglio dall'agente che «ti manca il fuoco», gli fa notare: riuscissi a accendere quello, «farò di te una star». La scintilla scatta all'improvviso la sera in cui, accompagnando al clavicembalo una sonata per viola da gamba di Bach, il matematico e razionale Laszlo sbaglia una nota. In sala uno spettatore attento se ne accorge. La sua smorfia di disappunto, appena percettibile, appare al concertista come la spietata denuncia di una colpa. Deve salvarsi dall'onta, cancellare l'errore, mettere a tacere quel testimone. Così, armato di un coltello piatto giapponese «acquistato al mercato di Tsuiji e destinato a trasformare i tonni in parallelepipedi » grandi come tasti di pianoforte, compie il suo primo delitto. La sera successiva, le sue mani battezzate nel sangue regalano finalmente ai brani in programma per il concerto pulsazione e calore di vita fino ad allora inauditi. Il tocco dell'assassino diventa allora l'ingrediente segreto di tutte le sue sinfonie. Lo aggiunge metodicamente preparando le sue esecuzioni. «Non uccido mai di lunedì». «La mia vita è regolare come uno spartito», confessa Laszlo a se stesso e al lettore rivelando il trucco della sua arte. «Sono spietato coi miei allievi, esigente con le mie vittime»: le scelgo tra i veri esperti di musica, i soli capaci di scovare l'errore che deliberatamente commetto suonando. Il meccanismo perfetto si inceppa quando Laszlo commette un errore involontario: scegliendo la vittima sbagliata. Si chiama Lorraine, è violoncellista e madre di un giovanissimo flautista la donna che, notata con indulgenza la volontaria stonatura di Laszlo, la riscrive in una composizione diversa, la accorda in un'altra chiave, fa risuonare nella vita di quel maniaco del rigore gli accordi sconosciuti dell'amore. Suoneranno striduli, troppo sopra le righe per chi vive nell'ordine di tastiera e pentagramma? O a colui che, nei giorni di buonumore, al limite poteva dirsi «Fiducioso forse. Vigile. Ambizioso. Sorpreso a volte. Avido. Impaziente. Ma non "felice"», riveleranno gli echi imprevisti di «quell'aggettivo che suonava così strano alle mie orecchie »? La risposta è nel finale dell'ultimospettacolo. E gli applausi.
Il Manifesto
Il "Pescatore di tonni": un'atmosfera verghiana ...
Nino Pizzuto, protagonista del romanzo di Raffaele Mangano, Il pescatore di tonni (Amatea) cerca di riprendersi con una marmellata di fichi "spalmata a più strati su biscotti preparati dalla vicina di casa". Nino, figlio di immigrati siciliani che hanno fatto fortuna a Milano, è tornato in vacanza sull'isola di Favignana. Ha affittato una stanza da una famiglia di pescatori. "Il pescespada si ammazza da solo. Lui non vuo le farsi pescare", racconta al giovane Zu Beppe, patriarca della famiglia. Il pescespada, quando cade nella rete, comincia a correre "come nu pazzu", e quando capisce che non può più uscire, si spacca la testa contro la barca e muore. Nino, affascinato dalle storie dei pescatori, vuole conoscere la loro vita, tornare alle proprie radici su quell'isola che vive intorno al carcere e alle briciole di un'economia in dismissione. Vincendo la paura, li accompagna in barca per la "mattanza" dei tonni. In un'atmosfera verghiana di sangue e fatica, assiste alla cattura dei pesci, che vengono incanalati in una zona chiusa su tutti i lati da altre reti, e poi uccisi fra i canti dei pescatori. Un'esperienza sconvolgente che gli farà salire la febbre. "Per noi i tonni sono la vita da mille anni; con i tonni qui ci hanno campato da sempre – gli spiega un giovane isolano -. Favignana sarebbe stata un'isola deserta senza la mattanza, mi capisce? Quello che ha visto è solo un modo per pescarli, non ne conosciamo altri. Come lo prende lei un animale da trecento chili? Con la canna da pesca? E noi cosa dobbiamo fare, ci cantiamo una canzone per farli addormire come i piccirilli?" Pizzuto riflette. Tra una zuppa di pesce, un pesto a base di pistacchio e una pasta con le melanzane da leccarsi i baffi, scopre di avere la Sicilia "nelle ossa, nei tendini, nella memoria cellulare". Un legame ritrovato che non riuscirà più a spezzare. E infine, provato dalla vita, avrà voglia di stabilirsi sull'isola. Ma la mattanza adesso è solo un ricordo lontano. Un vecchio pescatore racconta: "Ormai i tonni erano diventati piccoli e ne arrivavano pure pochi. I giapponesi da anni usano gli aerei per avvistarli in alto mare e poi mettono una tonnara volante e fanno una strage, e quelli che non pescano li lasciano a pezzi in mare. Loro non hanno tempo da perdere come facevamo noi con le cantate e i riti degli antichi. E così addio tonnaroti e addio mattanza". Nino Pizzuto, però, vuole salvare la memoria del luogo e i suoi ricordi. Seduto sul masso di fronte alla tonnara, pensa che domani si metterà a cercare fondi per restaurare lo stabilimento.
L'osservatore romano
IL VIOLINO DI HITLER
ANNA FOA
Un romanzo risolutamente giallo, scritto da un israeliano, già pilota di caccia e poi divenuto violinista di fama, Igal Shamir, nato nel 1938 a Tel Aviv — in Palestina, come puntualizza il risvolto di copertina — da una famiglia di origine polacca. Il protagonista di Il violino di Hitler (Bologna, Fausto Lupetti editore, 2011, pagine 350, 16 euro), Gal Knobel, ha molto dello scrittore, a cominciare dal nome, quello di suo padre prima che lo ebraizzasse in Shamir nel 1948, per finire con la sua arte, quella del violino appunto.
Il romanzo inizia nel 1940, in un castello della Francia occupata, in cui un violinista tedesco, ufficiale della Wermacht, viene portato a suonare di fronte a Hitler. Si tratta di una serata particolare, in cui il Fuhrer vuole mostrarsi particolarmente amabile, perché ha come ospite un americano in grado di influenzare a favore della Germania la politica degli Stati Uniti. Ma il concerto finisce, inaspettatamente, con un attacco di furore di Hitler, che distrugge il violino e ordina di fucilare immediatamente lo sventurato artista, di fronte all'americano attonito. Un bambino, forse il figlio del proprietario del castello, assiste nell'ombra alla scena. Che cosa è successo? Cosa ha suscitato l'ira di Hitler? Forse il brano suonato alla fine del concerto dal violinista, opera di un compositore mantovano del primo Seicento, Salamone Rossi, un ebreo, o la richiesta rivoltagli dall'artista di potersi recare a Venezia a far ricerca su questo compositore ingiustamente dimenticato?
Il resto del romanzo si svolge cinquant'anni dopo, negli anni Novanta, e ha come protagonista, appunto, un altro violinista, questa volta israeliano. Si tratta di un ex agente del Mossad, che ha collaborato in passato, prima di dedicarsi al violino, alla cattura di Eichmann e di altri criminali nazisti. In un concerto a Venezia, Knobel suona un brano di Salamone Rossi, innescando così un intrigo che finirà per coinvolgerlo molto profondamente, rimettendolo in contatto con i servizi segreti israeliani e portandolo in giro per l'Europa a indagare su quell'oscura vicenda di cinquant'anni prima, l'uccisione del violinista tedesco. A proporgli l'indagine è un cardinale, il francese cardinal Morillon, che mostra di avere su questa questione un interesse personale e quasi ossessivo. A scegliere Knobel per l'indagine è spinto dal brano di Salamone Rossi che questi ha suonato, oltre che dal suo passato di cacciatore di nazisti. Come in ogni giallo che si rispetti, Knobel esita e si fa molto pregare, ma poi accetta l'incarico. Un compito che lo porta da una parte a indagare su quanti erano riuniti intorno a Hitler in quella notte, e dall'altra a ripercorrere in polverosi archivi le tracce di Salamone Rossi, fino a individuare documenti capaci di rivoluzionare la storia della musica, e non solo quella. Non manca una donna fascinosa, anche lei un'agente del Mossad, destinata a intrecciare una storia d'amore con lui. Il tutto condito da un'organizzazione di ex nazisti che trama nell'ombra e da un Vaticano dipinto nelle migliori tradizioni del feuilleton, un luogo di intrighi pericolosi dove un cardinale malvagio e potentissimo, l'opposto del cardinal Morillon, è legato a doppio filo coi nazisti e in cui l'Archivio segreto vaticano è non solo segretissimo, come notoriamente non è, ma denso di pericoli e di intrighi. Del resto, tutti gli archivi in cui passa il nostro protagonista sono ad alto rischio e sembrano trasformarsi in camere a gas o trappole mortali, in una visione quanto meno avventurosa del lavoro dello storico. Non diciamo ovviamente nulla sullo scioglimento, come in ogni recensione di giallo che si rispetti.
La trama è, almeno inizialmente, avvincente, come intrigante è questo gioco di specchi tra quattro violinisti, l'autore, il protagonista, il violinista assassinato e Salamone Rossi. Peccato che la storia che ne emerge, tanto quella dei tempi di Salamone Rossi quanto quella dei tempi nazisti, sia storicamente tagliata con l'accetta. A cominciare dal presupposto stesso del romanzo, quello che Salamone Rossi sia un musicista quasi sconosciuto, un assunto per lo meno esagerato.
Rossi era celebratissimo nella Mantova dei primi decenni del Seicento, fu protetto e stimato dai Gonzaga. Legatissimo a Monteverdi, fu colui che introdusse lo stile polifonico del madrigale nella salmodia ebraica. Morì, probabilmente di peste, a Venezia nel 1630. Dopo la morte, fu effettivamente sepolto nell'oblio, ma nel XIX secolo il barone Edmond de Rothschild riscoprì la sua musica, la cui prima edizione moderna è del 1876. Il romanzo indaga sui suoi rapporti con Monteverdi, che dopo la morte di Rossi si ritirò in convento, sui rapporti tra mondo cristiano ed ebrei, visti anch'essi, almeno per quanto riguarda la Corte mantovana, un po' troppo in bianco e nero, e sul ruolo del musicista preso tra i due mondi, quello cristiano che lo attrae e lo sfrutta e quello ebraico che lo percepisce quasi come un traditore. Anche questo, un motivo per lo meno esagerato, dati gli stretti contatti esistenti nel Seicento tra la cultura ebraica e quella esterna. In realtà, il vero protagonista di questo romanzo è il violino. Peccato che un violinista come il suo autore, capace di trarre dal suo strumento ogni sfumatura musicale, non riesca a fare altrettanto sul terreno della storia o su quello della scrittura, che anch'essa avrebbe richiesto maggiori sottigliezze. Detto questo, è un giallo intrigante, che si legge d'un fiato, senza mai annoiarsi.
Panorama
SE ALL'INFERNO CANTANO GLI UCCELLI
ALESSANDRA IADICICCO
Non fu amore a prima vista. Ci volle un anno perché Horace, il prigioniero inglese in un lager nazista, s'innamorasse di Rose, l'interprete tedesca che al Campo due (altro nome per l'inferno) traduceva alle vittime le parole dei carnefici. Tra i due l'attrazione fisica era stata immediata. Pochi giorni dopo l'apparizione della ragazza erano riusciti a fare sesso sotto il naso dei carcerieri ignari. Dai loro incontri clandestini sbocciò il sentimento che avrebbe dato al soldato la forza di sfidare la morte. Di vedere gli orrori della guerra e cavarsi dalle sue trappole aiutando a sfuggirne molti compagni di prigionia. Di serbare nei dettagli il ricordo della storia, quella del conflitto mondiale e quella più struggente, amorosa, personale, per decidersi settant'anni dopo a raccontarla. In un romanzo di cui non c'è parola che non sia vera e del cui titolo, Se all'inferno cantano gli uccelli, non c'è doppio senso che non sia controfirmato dall'autore.
Horace «Jim» Greasley ha messo la propria firma accanto a quella di Ken Scott cui ha dettato le sue memorie. Appena in tempo per vederle pubblicate prima di spegnersi 92enne nel febbraio 2010.
Mentelocale.it
IL PESCATORE DI TONNI
Il pescatore di tonni (Fausto Lupetti Editore, 2011, 240 pp.), è l' ultimo romanzo di Raffaele Mangano edito per la collana Amatea. Mangano racconta una storia affascinante che ha per protagonista la famiglia Mannino, ma è soprattutto l'isola di Favignana a porsi al centro dell'attenzione, con i suoi tonnaroti (i pescatori di tonni), i suoi abitanti e i suoi riti legati alla ciclica mattanza.
Chi racconta in prima persona la storia descritta nel libro è Nino Pizzuto, un revisore di conti e bilanci per una società americana con sede a Milano. Pizzuto è in vacanza a Favignana presso la famiglia Mannino, dove ha affittato una camera. L'incontro cambia profondamente il contabile milanese: dopo l'esperienza della tonnara e la conoscenza dello stabilimento Florio per l'inscatolamento del tonno, Pizzuto riscopre un sentimento profondo e ormai dimenticato verso le sue radici siciliane.
È chiaro che Nino Pizzuto è l'alter ego di Raffaele Mangano, che dedica questo libro al nonno Lorenzo, siciliano che lasciò l'isola senza mai più rivederla. L'anziano visse questo abbandono come una colpa da espiare nel segreto della sua anima.
Con la scrittura del romanzo Raffaele Mangano non solo farebbe felice il nonno Lorenzo, ma rende a noi tutti un mondo che non è giusto dimenticare. La famiglia Mannino, con tutti i suoi componenti, insieme ai tonnaroti e agli abitanti dell'isola di Favignana, sono raccontati in una storia corale attraverso le numerose visite fatte ogni anno da Nino in occasione della pesca.
I personaggi a iniziare da Zu Beppe per finire con Clemente Vantrone o Zu Sarino, sono tutti descritti con grande partecipazione emotiva. Tutti donano momenti di profonda umanità.
Nino che è nato a Torino diverrà Nino u turinisi, un tonnaroto anche lui; poi per questioni legate alla professione milanese, si allontanerà per molti anni da Favignana. Scopertosi anche nas'i pipa, ritornerà a Favignana.
Alla fine, sarà proprio Nino che si interesserà di far diventare l'antico stabilimento di tonni un museo, un luogo da non dimenticare. È Nino che continuerà a rievocare una antica dignità nella povertà e nel dolore, andata persa insieme al lavoro di pescatori di tonni.
Questo romanzo ha una straordinaria capacità di farci conoscere, piano piano, con la meraviglia di occhi stranieri, la vita dei pescatori di tonni: i tonnaroti dell'isola di Favignana.
La mattanza dei tonni, che è una pratica ormai dimenticata, viene fatta rivivere entrando nei riti, nelle superstizioni, nei segreti e le pratiche del lavoro. U piscispata s'ammazza sulu. Un'avi vogghia di farisi piscari (Il pescespada si ammazza da solo. Lui non vuole farsi pescare).
Affari Italiani.it
IL PESCATORE DI TONNI
Mangano, questo è il suo primo libro ambientato in Sicilia, dove si è trasferito da qualche anno. È solo una casualità?
"In parte è un fatto casuale, ma è innegabile che lo scenario mi abbia aiutato!".
Lei ha ambientato il romanzo a Favignana all'epoca della tonnara. Perché questa scelta?
"Per non lasciare cadere la memoria. A Favignana furono gli arabi a impiantare la tonnara attorno all'anno mille, e per mille anni ha funzionato. Portandosi dietro tradizioni, leggende, riti, e facendo vivere l'intera comunità dell'isola. E tutto ciò rischia di andare perduto. La memoria è fondamentale per capire chi siamo, da dove veniamo, che cosa ci abbia fatto diventare quello che siamo. Senza memoria non saremmo nulla".
Ha avuto contatti con i vecchi pescatori?
"Certamente! Ho trascorso del tempo a Favignana per recuperare le storie dei 'tonnaroti', le loro avversità e le fatiche per un lavoro avventuroso e pericoloso. E ho rintracciato l'ultimo raìs, considerato un patrimonio immateriale dell' Unesco, in qualità di depositario della memoria storica. La settimana scorsa sono tornato e ho portato ai pescatori il libro. È stato commovente!".